Porre il problema dell’educazione, avere il coraggio di porlo, consente di prendere atto delle difficoltà, con le sue motivazioni, che la società contemporanea attraversa.
Si tratta di difficoltà che determinano un malessere che colpisce tutti, ma in particolare i giovani, che oggi vivono una situazione sempre più insostenibile, in quanto toglie loro persino la speranza, senza la quale viene a mancare ogni prospettiva di vita futura.
Ma la crisi che coinvolge i giovani e presente tra i giovani, trova origine nella crisi presente tra padri e madri, nella crisi della famiglia che, unitamente alla scuola, ha perduto ogni capacità di educare.
Si è creduto e si continua a credere che educare significhi soddisfare immediatamente ogni desiderio. Il concetto di persona, purtroppo, è stato completamente dimenticato a vantaggio dell’individuo e dell’individualismo che porta ad affrontare i problemi in senso egoistico, con i risultati che tutti conosciamo, davanti ai nostri occhi.
La spinta al successo personale ha fatto sì che venisse sempre meno il bene comune, privilegiando esclusivamente l’effimero dell’oggi a scapito di un benessere generale e duraturo, che si può ottenere solo attraverso una seria programmazione e la formazione, che non può escludere il nostro prossimo. E' difficile stare bene in un mondo angosciato ed inconcludente. Come può stare bene un lavoratore circondato da disoccupati, come può stare bene un giocatore in una squadra in difficoltà che non l’aiuta, come si può esprimere felicità quando si è in compagnia di chi è in lutto e soffre.
La felicità non può essere vissuta in solitudine, va condivisa.
Il concetto di persona è un concetto cristiano, esso indica un rapporto dell’io con il tu, non solo orizzontale, quindi con gli altri uomini, ma anche verticale, con il TU maiuscolo di nostro Signore.
Giovanni Paolo II diceva che la persona umana rispecchia la Santissima Trinità. Oggi non è così.
Anche i sistemi di comunicazione hanno indirizzato ed indirizzano i giovani verso l’individualismo.
Nello sport, ad esempio, viene sempre più evidenziato come l’importante sia la vittoria, da raggiungere non importa come, la sola cosa importante è vincere, è stato quasi dimenticato il sano spirito di De Coubertin che inneggia più alla partecipazione che alla vittoria.
Immaginate quale e quanta festa ci sarebbe per le Olimpiadi se vi partecipassero solo coloro che sono certi di vincere!
Persino in politica quasi non esistono più candidati per servizio. Tutti vogliono essere certi della vittoria o, comunque, chiedono in cambio una vittoria personale (in altre parole uno scambio).
Il servizio per gli altri diventa sempre più utopia.